DAY 6 – LAST DAY IN ISTANBUL

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Immaginatemi in questo esatto momento: sono a casa a Riga, sto lavorando infreddolita, con l’ennesima cup of tea fra le mani ghiacciate, i capelli sporchi e i piatti unti sulla scrivania ERGO un cesso. Un cesso triste e depresso. Ebbene, la stessa persona si trovava on top of the world poco tempo fa, a grattare il cielo turco sullo Sapphire e a farsi beatamente scompigliare i capelli a 238 metri d’altezza.

Berkay ed io ci siamo concessi anche un viaggetto in elicottero per ammirare Istanbul dall’alto e non volevamo più scendere dal grattacielo: avevamo già pensato di dare l’acconto per l’appartamento di 220mq con sauna, piscina e campo da golf giù al 49esimo piano, ma ci siamo accorti che non avevamo abbastanza cash dietro. Evabbè, rimandiamo a quando avremo 2 milioni di dollari sull’unghia.

Il nostro obiettivo era raggiungere il ponte Boğaziçi Köprüsü  A PIEDI. Google Maps prevede due ore di camminata per una decina di chilometri. Noi ne abbiamo impiegate qualcosa tipo 8, perché ci fermavamo ad accarazzare gatti, bere tè, fumare una sigaretta – sì, in Turchia fumano tutti, ma proprio tutti tutti – mangiare un Kızılkayalar, farci vari selfies…

Per ogni secondo che si trasformava in passato, iniziava il mio arrivederci alla Turchia. Per ogni minuto che passava, la mia mestizia aumentava. Berkay me lo leggeva negli occhi e ancora adesso mi rassicura che la Turchia è lì ad aspettarmi: pensa che io sia fatta per la Turchia e che la Turchia sia fatta per me. Con la Lettonia, così pensa lui, non ho più nulla a che spartire.

Il primo giorno ci abbiamo messo 4 ore ad attraversare questo ponte, quindi no, non mi è sembrato mozzafiato

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Capelli tourist style. Quelli di Berkay, ovviamente, perfetti. Almost as perfect as his Turkish moustache.

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TURKEY IS THE GREATEST COUNTRY! (EU and Greece, you suck)

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Selfie Master has a big ego 🙂

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My turkish handmade slippers on top of Istanbul.

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The end.

 

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DAY 5: Istanbul – Bursa – Istanbul

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La metropoli, la biciclettata e la calca di turisti avevano ucciso Emin prima e me più tardi. Istanbul – Oglums: 1-0. Reclamavamo pace e silenzio, non vedevamo l’ora di tornare alla tranquillità di Bursa. Tranquillità alla maniera turca, s’intende. Il giorno successivo decidiamo CON ESTREMA CALMA di visitare la città vecchia di Bursa, tra strade in salita e bazaar, mi abbandono allo shopping compulsivo di accessori “Made in Turkey” come una qualsiasi donna-in-vacanza che si rispetti.

Shopping al Grand Bazaar

Shopping al Grand Bazaar

La nostra perfetta organizzazione turca prevedeva il ritorno ad Istanbul, questa volta con Berkay, che fremeva per farmi conoscere la sua famiglia e per farmi visitare la sua città di origine, togliendo il tanto odiato, nonché imprescindibile, filtro turistico, necessario quando si visita una città per la prima volta.

Ci appropinquiamo alla traversata con 4 valigie e due zaini. Volevamo portare anche il gatto, ma ci siamo resi conto in tempo che sarebbe stato ben al di sopra delle nostre capacità fisiche ed organizzative. Il traghetto subisce un’avaria quando avevamo già gridato “TERRA A ORE DODICI”. Nella sfortuna, guardo il lato positivo: ci siamo fermati in un posto che, quasi sicuramente, occupa la voce “Mare in Turchia” dell’immaginario collettivo. Spiaggia bianca ed acqua cristallina, increspata da piccole onde. Si sente l’odore proveniente da un ristorante sul lungomare… Ma è già ora di ripartire.

Un altro posto bellissimo dall'astruso nome turco che ho già rimosso dalla mia mente

Un altro posto bellissimo dall’astruso nome turco che ho già rimosso dalla mia mente

Io e Berkay siamo entrambi devastati dal mal di testa. Scoppiamo in una risata liberatoria quando in tram entra un SimitMan. Inevitabile, scatta il momento selfie 🙂

Parliamone, 300 simit su un braccio solo.

Parliamone, 300 simit su un braccio solo.

 

Nel pomeriggio, ci concediamo una lunga passeggiata, nonostante le nostre gambe tremino per la stanchezza. Stipuliamo un tacito accordo di non proferir parola: le poche energie vengono riservate ai nostri occhi, affinché essi riescano a cogliere ogni sfumatura della città.

Stranamente senza turisti - la Moschea blu vista da Hagya Sofya

Stranamente senza turisti – la Moschea blu vista da Hagya Sofya

Hagya Sofya AKA il sogno di una vita

Hagya Sofya AKA il sogno di una vita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conosco, finalmente, i genitori di Berkay. Mi accolgono a braccia aperte, come una figlia. Mi sento a casa. Siamo tutti e quattro seduti intorno al tavolo, mangiamo, fumiamo e discutiamo, bevendo tè turco e sgranocchiando semi di girasole. Quando finalmente il temporale si scatena, ci auguriamo la buonanotte, sicuri che con la pioggia battente riposeremo divinamente.

.... It's about to storm

…. It’s about to storm…

 

 

DAY 4 – ISTANBUL E BÜYÜKADA

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Il Lunedì mattina la sveglia è puntata ad un orario blasfemo in vacanza. Alle 9.30 c’è il traghetto che da Mudanya ci farà approdare a Istanbul un paio di ore dopo. Prendo due autobus da sola, senza sapere bene quando scendere, sventolando sotto nasi Turchi il foglietto su cui Berkay mi aveva scritto i nomi delle fermate, con un’espressione da Gatto con gli Stivali. Ce la faccio. Aspetto Emin al porto, nel frattempo compro degli Simit per colazione, flirtando per 20 secondi con il SimitMan.

Ad Istanbul ci imbarchiamo su un altro traghetto, fondamentalmente diretti a Büyükada per una missione suicida: affittare due biciclette ed andare sul cucuzzolo della montagna per vedere un monastero. Niente di interessante, collasso polmonare a parte. [ho appena scoperto di aver perduto tutte le foto scattate lì, a parte questa]

Me - eating corn. Emin selfing us + some Arabic arses.

Me – eating corn. Emin selfing us + some Arabic arses.

Torniamo ad Istanbul-terraferma ed andiamo a visitare/pregare nella Moschea Blu. Camminiamo e mangiamo tanti gelati. Il gelato turco è particolarissimo: viene servito sul cono con delle lunghe spatole in ferro battuto ed è molto gelatinoso. Mi piace mangiare il gelato cercando di fare dei ricciolini in punta, e con quello turco mi riesce molto più facile.

Passeggiamo fino ad un’altra moschea di cui non ricordo il nome e andiamo a berci un tè al quinto piano di un palazzo situato su una strada in salita. Ci accaparriamo un buon tavolo: la vista su Istanbul è mozzafiato.

Osservo le quattro ragazzine sui quindici anni sedute di fianco a noi. Una indossa il velo, ma ha le braccia scoperte; un’altra indossa un velo più spesso, vestiti lunghi e larghi in colori chiari, probabilmente in lino; una terza indossa skorts all’ultima moda e una canotta; un’altra ancora jeans lunghi e t-shirt. In una realtà parallela italiana le ragazze indossano tutte la stessa marca di vestiti e lo stesso modello di scarpe.

La Turchia mi sembra sempre di più un enorme matrimonio, fondato sulle differenze e sull’accettazione reciproca.

Peaceful.

Peaceful.

“Oğlum! Which city do you like better? Istanbul or Bursa? Where would you rather move out?”

DAY 3 – BURSA CRAWLING

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Il giorno prima della mia partenza, Emin aveva dichiarato di avere un programma inflessibile e dettagliato come le istruzioni di un mobile IKEA, inclusivo di ore e modalità di pasti e sonno.

Con mio grande sollievo ed un pizzico di sua vergogna, ha ammesso che un piano non esisteva assolutamente e che l’organizzazione del nostro On The Road in Turchia avveniva, effettivamente, alla maniera turca. Le parole magiche dette da Emin inaugurarono perfettamente la nostra Turkish Adventure “Oğlum, don’t worry, everything will be just PERFECT, now we are together! Let’s have a cigarette now, ya, we are in Turkey and you have to smoke like a Turkish. Do you understand me? BE TURKISH”.

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La domenica decidiamo di svegliarci con calma ed andare a esplorare la provincia di Bursa, trascinando un Berkay hangoverato. Mi portano a Gölyazıun’isoletta all’interno di un lago, collegata alla terra ferma da un ponticello in cui la nostra macchina e un’altra fanno amicizia, rigandosi vicendevolmente. Emin impreca perché lo dovrà dire a suo padre, il quale, funny thing, lavora alla motorizzazione e gli farà il solito pippone sulla sua incapacità di guidare.

Andiamo ad esplorare l’isola. Io punto il dito su case a caso ed affermo una dozzina di volte che lì, proprio quella lì, rosa, con balcone sul tetto e colonne corinzie all’ingresso, sarà la mia prossima dimora. Da lì, da quel balcone, lavorerò nelle sere d’estate, sorseggiando tè turco.

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E’ giornata di mercato del pesce, della carne, della frutta e della verdura. Delle signore dai corpi di forma a mela cotogna sorridono e stendono pasta sfoglia per i Börek, mentre si sbracciano per attirarci ed offrirci un pranzetto. Ci fanno accomodare su un tavolo di quelli da picnic (occupato ABUSIVAMENTE, se proprio vogliamo usare un parolone che farà gridare allo scandalo) e stendono una tovaglia. Non ci è data possibilità di scelta e ci portano dei Börek a loro piacimento, con ripieni di patate, melanzane e formaggio. Adoro il non dover prendere decisioni in vacanza. Emin schifa i börek alle melanzane e li da ad un gatto. Berkay se la ride perché due signore stanno litigando, mattarelli in mano, incolpandosi l’un l’altra di furto di clientela. Sento forte il desiderio di imparare il turco; nel frattempo, mi limito a divorarne la cucina.

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Lasciamo Gölyazı per Mudanya. Fiondo a bagnarmi i piedi nel mare, finalmente mosso, con onde che non vedevo dall’ultima volta in cui ho visto l’oceano a Fuerteventura. I miei ventitré diventano all’improvviso venti di meno…E se ne avessi avuti venti di meno, mi sarei gettata in acqua con i vestiti. Mi trascinano via, in preda ad un delirio di onnipotenza: vogliono andare a bere il tè in un posto che non ricordo come si chiami, ma è a cavallo di un fiumiciattolo e mi ricorda un po’ Venezia. Evidentemente sovraffollato e disorganizzato, ma questo background a me piace eccome.

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“Oğlum, Turkish people are good only on two things: eating. And getting married with foreign people.”

DAY 1 – Strolling from Riga to Bursa.

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Tre settimane fa’, a quest’ora, mi trovavo a trascinare le mie pesanti valigie da una stazione metro di Istanbul all’altra, aiutata, ovviamente, dal mio superOğlum Emin. I primi avvenimenti in terra turca sono stati:

1. FORTUNA ALL’AEROPORTO – perché agli arrivi, il mio intuito mi ha spinto a strizzare i miei occhi miopi e a dirigere i miei passi stanchi verso destra e non verso sinistra, riuscendo a intercettare lo sguardo turco di Emin in mezzo a cinquecentocinquanta sguardi Turchi in attesa di altrettanti Turchi e, allo stesso modo, lui si è sbracciato per attirare la mia attenzione: ero finita fagocitata da un foltissimo gruppo disorientato e disorientante di Giapponesi, che si muovevano goffamente nonostante avessero prenotato un servizio speciale per il trasporto dei loro real bagagli.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

2. UNA RICERCA MATTA E DISPERATISSIMA DI UN PULLMAN CHE CI PORTASSE A BURSA – con i traghetti Istanbul-Bursa soppressi, non ci restava che optare per il pullman. Un migliaio di persone si accingeva allo stesso scopo. Non sono più abituata alle città affollate, ai mezzi di trasporto straripanti, alle strade piene di gente: mi sale un ché di inspiegabile, non so se chiamarla agorafobia o contentezza nel vedere così tante persone. Solo Istanbul conta 14 milioni di abitanti; Bursa, invece, 2 milioni. Una rilevante percentuale è pendolare fra le due città. Per una abituata a vivere a Riga, una città di 700mila persone, vedere una fila più lunga di quattro persone può presentare un fattore di shock. A pullman prenotato, ci siamo seduti a mangiare dürüm kebap e a bere ayran. Emin ne ha approfittato per caricare il suo iPone.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

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Sì, mi sono data alla fotografia pazza e scatenata tipica dei turisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Siamo sopravvissuti a dei BAMBINI URLANTI, che passavano dalle braccia sapienti di una signora turca all’altra, passate da sconosciute a migliori amiche nel lasso di un paio di chilometri, all’interno di un pullman la cui temperatura interna rasentava i 50°C moltiplicato per sette lunghissime ore di viaggio, quattro delle quali passate sul ponte del Bosforo. Non appena superata la metà del ponte, Emin mi ha svegliato al grido di “Oğlum, you are not in Asia anymore, you are back in Europe. Let’s celebrate with some çay and some Turkish biscuits.”

Del resto, non ricordo molto. So di essermi addormentata perfino in taxi e di essere arrivata a casa della mia amica Ece alle 4,30 del mattino successivo. Alle stelle, perché (semi)cosciente di avere i piedi ben piantati in terra turca e di aver abbandonato le temperature lettoni ad una cifra sola, e pronta a collassare su una qualunque superficie vagamente morbida.

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Selfie di facce distrutte, quando ancora pensavamo di avere solo 3 ore di pullman da percorrere.

Oğlum, Bursa is better than Istanbul. It’s the 6th biggest city in Turkey and former capital of the Ottoman Empire ya, DO NOT FORGET IT”. –Oğlum Emin, Agosto 2014.