It’s – Almost – Summer Nights

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Succede che l’altra sera io abbia la smania totale di usare la mia bici nuova nuova. Due giorni senza pioggia con ben 13 gradi è un lusso da non sprecare qui in Lettonia. Dopo aver sopravvissuto ad autisti ubriachi (è lunedì: capiamoli) e ciclisti che non riescono a stare in equilibrio mentre pedalano, riesco finalmente a raggiungere la pista ciclabile che inizia da Kr. Valdemāra iela e finisce a Mezaparks.

Sono già le 21,30 ma il giorno non è scuro, la mente non è stanca, bensì ripulita dai pensieri superflui. Una decina di chilometri pedalando ed iniziano le catarsi. Vedo il cielo, rosso e bellissimo, e capisco che le giornate infinite come queste mi angosciano, perché io non la voglio una cosa come un giorno infinito ed indefinito.

L’estate è da temere ben più dell’inverno: ti vizia, regalandoti fragole e zuppe fredde al kefir. Ti soggioga, facendoti indossare gli occhiali da sole, tranne dall’una all’una e trenta di notte. Ti seduce in riva al mare: inganna persino il tempo, passi senza accorgertene tutte le tue ore con lei. E alla fine ti abbandona, così, al limite delle tue forze, perché l’estate non lascia spazio al riposo.

Il sole estivo non si pone mai all’orizzonte. Semplicemente, ad un certo punto, decide di andarsene, ed è subito inverno. E capisco di sentirmi come quel sole che vedo sul lago a Mezaparks, pronto a creare spettacoli, ma ben deciso e conscio che quello non sarà il suo spazio per sempre. Capisco che non posso esserci per sempre, io, in Lettonia.

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RIGANNIVERSARY!

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Fuori nevica. Ho passato una giornata terribile, in preda alla meteoropatia e alla sindrome premestruale. Mi sono fatta coccolare dal cioccolato Laima che non per nulla significa “della felicità”.

So che ci sono i mercatini di Natale imbanditi di kārstvīns, piparkūkas (biscotti al pepe), calzettoni in lana e berrettoni che pungono la pelle. So che devo iniziare a mettermi la crema alla mani tutti i giorni ed assicurarmi di avere le solette in tutte le scarpe. Questi due anni nei Baltici mi hanno insegnato che la temperatura a 0 è la normalità. Si inizia a parlare di freddo quando si sforano i -10 e, parallelamente, si inizia a parlare di caldo quando si superano i +10.

Un anno fa io sono arrivata qui a Riga come AuPair e sono ancora qui, con un lavoro che amo e una casa che non lascerei mai, nonostante abbia i mobili arancioni, i muri dipinti di rosa e il soffitto dipinto di blu.

Ho deciso di modificare il blog, a partire dal nome: ormai penso che la Lettonia se lo meriti. Questo posto mi ha dato tanto, mi sento fortunata. Nessuno ha preso seriamente la mia scelta di venire qui e invece… Qualcosa di (più che) buono ne è uscito. Molti tuttora non comprendono le mie ragioni né tantomeno le condividono, nelle poche volte in cui hanno la pazienza di starmi a sentire. Quello che leggo nelle facce della gente è un sorriso ridicolizzante soffocato, un giudizio di serie B su questo che sento come il mio Paese, la mia lingua, la mia cultura, la mia gente.

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Me + Bandierina lettone

 

Inutile specificare che i commenti vengono dall’Italia, tanto da amici quanto da conoscenti. Ormai scrollo le spalle ogni volta che qualcuno mi colpisce in questo punto, anche se penso che non riuscirò mai a smettere di soffrire, almeno un pochino, per essere quella che se ne è andata in Estonia prima e il Lettonia poi, senza mai aver considerato possibilità quali le top list London o Berlin, qualsiasi posto in Spagna o in Australia. Lo scegliere un Paese decisamente meno ricco di quello da cui provengo ha fatto di me la sfigata.

Sì, l’ho deciso in completa autonomia di venire a vivere qui, in un posto per il quale la gente non sprecherebbe nemmeno 30 euro di biglietto aereo per venirmi a trovare. La massima più rilevante è “ma in Lettonia si dorme tanto, vero? AH. AH. AH. Simpatico. SI’, SEI PROPRIO SIMPATICO”

Tranquilli, la via dell’emigrazione l’ho presa dalla parte giusta.

Questo post non era partito con l’intenzione acida ma, ci tengo specificare, se non si fosse già capito abbastanza, qui si vive bene. Non ci sono i Russi a minacciare l’occupazione. Non ci sono slavi pronti ad ammazzarvi di botte ad ogni angolo. C’è una natura che non è stata intaccata nei paesaggi dalle ville dei ricchi e dal turismo sfrenato, un’architettura che porta il segno di tutte le culture che si sono susseguite e qui mescolate. Una lingua e delle tradizioni tanto uniche quanto aperte al nuovo, all’estraneo, al diverso. Una popolazione visibilmente distinguibile fra Lettoni e Russi, che crea un ambiente scandinavo-slavo assolutamente irriproducibile.

Personalmente, sono una fan delle diversità. Odio le uguaglianze, preferisco di gran lunga guardare alle differenze. Evito le vie già battute, già provate, già scoperte. Molto spesso agisco per contrarietà. Mi sono affidata molto al mio intuito quando era giunto il momento di mettere la vita in una valigia ed andarsene di nuovo; ho saltato nel buio ed ho avuto molta fortuna, lo riconosco.

Ne ho avuta così tanta che, forse, non me ne vado più: la Lettonia è la mia America.

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St. Peter’s Church + House of the The Blackheads

 

STARO RĪGA – AMO RIGA

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Il 18 Novembre si festeggia la dichiarazione dell’indipendenza della Lettonia dall’Impero Russo. Una delle tante date importanti nella storia travagliata di questo piccolo Stato. In quest’occasione Riga si ricopre di luci. E’ una tradizione vecchia un lustro e nasce da un’idea semplice: ricoprire tutti i luoghi degni di nota di fasci e spettacoli di luce.

Ieri volevo uscire per godermi lo spettacolo delle luci di Staro Rīga da sola, musica nelle orecchie, passo spedito e sorriso ebete stampato in faccia. Dopo quasi un anno di vita qui, Riga mi fa ancora quest’effetto. Avevo bisogno di passare un po’ di tempo da sola con Riga, a farmi scaldare l’anima da una sigaretta fumata sulla riva del Daugava, a riconnettere i fili invisibili in una me stessa reduce da un weekend intenso di emozioni.

All’ultimo, ho accettato di uscire con degli Italiani che si sono appena trasferiti qui. Il mio progetto in solitaria è sfumato in favore di un’ulteriore socializzazione, nonché tentativo di riappropriarmi delle mie capacità linguistiche italiane.

Riga, fortunatamente, era lo sfondo e il denominatore di questo incontro. Ero con altre persone ma l’unica cosa a cui pensavo era l’amore per Riga, ancora più bella, vestita a festa e ricoperta di luci. Sentivo l’amore per Riga scorrermi nelle vene ad ogni angolo ed ogni volta che il freddo mi punzecchiava il naso, la guancia o la coscia. Lo sentivo ad ogni mio passo, ad ogni incrocio di strada e ad ogni sguardo che incrociavo.

Io ad Agosto, poco prima di partire per le vacanze, volevo veramente andarmene da qui. Il piano era quello di tornare fino allo scadere dell’affitto e poi andarmene da qualche altra parte. Mi servivano un paio di mesi per decidere quale piano attuare ma…

Sto per compiere il mio primo Riganiversary ed è tempo di bilanci. L’anima sembra si sia placata qui, sulle rive del Daugava. Io inizio attivamente a sentirmi una Lettone DOC: amante ricambiata di Riga, con una sfumatura patriottica tipicamente lettone. E amante incondizionata, seppur critica, di questa società così imperfetta e complicata, sfaccettata e frammentata.

Da dopodomani Riga tornerà nei suoi abiti di sempre. Io non so se tornerò ad indossare quelli comodi a cui ero abituata fino a poco tempo fa, quelli che mi ero ripromessa di indossare per solo qualche mese ancora.

Brīvība. Libertà. Freedom.

DAY 6 – LAST DAY IN ISTANBUL

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Immaginatemi in questo esatto momento: sono a casa a Riga, sto lavorando infreddolita, con l’ennesima cup of tea fra le mani ghiacciate, i capelli sporchi e i piatti unti sulla scrivania ERGO un cesso. Un cesso triste e depresso. Ebbene, la stessa persona si trovava on top of the world poco tempo fa, a grattare il cielo turco sullo Sapphire e a farsi beatamente scompigliare i capelli a 238 metri d’altezza.

Berkay ed io ci siamo concessi anche un viaggetto in elicottero per ammirare Istanbul dall’alto e non volevamo più scendere dal grattacielo: avevamo già pensato di dare l’acconto per l’appartamento di 220mq con sauna, piscina e campo da golf giù al 49esimo piano, ma ci siamo accorti che non avevamo abbastanza cash dietro. Evabbè, rimandiamo a quando avremo 2 milioni di dollari sull’unghia.

Il nostro obiettivo era raggiungere il ponte Boğaziçi Köprüsü  A PIEDI. Google Maps prevede due ore di camminata per una decina di chilometri. Noi ne abbiamo impiegate qualcosa tipo 8, perché ci fermavamo ad accarazzare gatti, bere tè, fumare una sigaretta – sì, in Turchia fumano tutti, ma proprio tutti tutti – mangiare un Kızılkayalar, farci vari selfies…

Per ogni secondo che si trasformava in passato, iniziava il mio arrivederci alla Turchia. Per ogni minuto che passava, la mia mestizia aumentava. Berkay me lo leggeva negli occhi e ancora adesso mi rassicura che la Turchia è lì ad aspettarmi: pensa che io sia fatta per la Turchia e che la Turchia sia fatta per me. Con la Lettonia, così pensa lui, non ho più nulla a che spartire.

Il primo giorno ci abbiamo messo 4 ore ad attraversare questo ponte, quindi no, non mi è sembrato mozzafiato

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Capelli tourist style. Quelli di Berkay, ovviamente, perfetti. Almost as perfect as his Turkish moustache.

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TURKEY IS THE GREATEST COUNTRY! (EU and Greece, you suck)

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Selfie Master has a big ego 🙂

Processed with VSCOcam with t1 preset

My turkish handmade slippers on top of Istanbul.

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The end.

 

18 – questo non sarebbe dovuto essere un post triste. Ma forse, un po’, lo è.

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Lonely world – The Vaccines

La natura – Baustelle

 

Sono in macchina nella A1, da qualche parte in Lombardia, direzione Milano Malpensa.

Ho un biglietto di sola andata e due nodi: uno in gola ed uno fra l’esofago e lo stomaco.

Sono stata in Italia per due settimane, letteralmente volate. E ora ho questo sentimento bitter-sweet che mi tiene la mano: da un lato, la voglia di riprendere in mano la mia vita autonoma ed indipendente, dall’altra il sentire che a “casa” c’è chi ha bisogno di me, della mia vicinanza, del mio supporto. Del mio (brutto) carattere.

Non voglio entrare in particolari perché non voglio intristire chi mi legge né voglio aprire i rubinetti davanti a mia mamma e mia zia, in macchina qui con me, ché sono io quella forte.

 

Sto cercando di tenere a bada i miei pensieri che, pur sfuggendo alla mia stessa comprensione, riescono a lasciare solchi profondi nel mio terreno cerebrale. Mi nascondo fra la musica, mi faccio trasportare dalle parole che sento e da quelle che scrivo, ogni tanto lancio uno sguardo fuori dal finestrino ed ogni indizio mi suggerisce di farmi travolgere dal tempo che passa, di non opporre resistenza agli eventi che succedono, bensì di mettermi di fronte a loro, attraversarli, e guardarmi indietro solo quando la tempesta sarà passata.

Mi sento scissa fra due mondi, obliqua e con due grandi problemi ma… viva, pronta a reagire e ad accettare i cambiamenti. Pronta a conoscere un’altra me, ad affrontare la metamorfosi a cui la vita mi sta già sottoponendo.

 

 

 

Nel Diorama il tempo non ci può far male, non c’è prima non c’è poi. Solo il culmine di vite singolari, l’illusione che non marciranno mai (…) Fissi dietro il vetro a bocca aperta, fuori piove, il tempo passa… Ce ne accorgeremo poi”

Diorama, Baustelle 2013.

 

17. ITALIANS IN LATVIJA.

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Ultimamente il mio giro di amici in Lettonia si è arricchito di una forte componente italiana.

Mi piacciono tutti, ognuno proprio e proprio tanto. Tutto è partito da M., la mia coinquilina sarda, qui da marzo per tirocinio. Lei ha conosciuto altri italiani qui per tirocinio e mi sono imbucata fra loro, non essendo né carne né pesce.

Mi ha dato da riflettere molto il fatto che da quando vivo all’estero non fossi mai uscita con un gruppo composto solamente da italiani.

 

Mi piace vedere le loro facce stupite, impressionate, curiose, allettate, eccitate, entusiaste… schifate alle volte, allibite per lo più.

Mi piace ascoltarli, quando parlano della loro percezione della vita di tutti i giorni qui in Nord Europa, in un Paese post-sovietico, in un Paese che cresce così velocemente ma che nell’immaginario collettivo rimane pur sempre “Russia”.

Mi piace quando mi dicono che qui fa troppo freddo e che io non potrò mai capire come si sentano loro (N.B. I miei Italiani sono sardi, pugliesi, siciliani e marchigiani. Io, essendo veneta, secondo loro, non posso capire.)

Mi piace il loro entusiasmo e lo sforzo che mettono nel parlare le lingue straniere. Mi piace vederli gesticolare mentre si arrampicano sugli specchi con l’inglese o con il lettone o con il russo.

Mi piace vederli delusi davanti a un caffè.

Mi piace parlare per ore con loro di cibo: dal vivo, in chat, su whatsapp. Dappertutto. Mi piace parlare di cibo prima di mangiare, mentre mangiamo e dopo aver mangiato.

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Mi piace raccontare loro di questi Paesi, di queste tradizioni, di questa realtà in cui saranno immersi per qualche mese: appena in tempo per abituarcisi ma non abbastanza da riuscire a comprenderla fino in fondo.

 

Il mio cervello, i miei occhi, le mie orecchie, deformate da un’approccio quotidiano con almeno 4 lingue diverse, non possono non notare queste sfumature dialettiche che accompagnano le nostre chiacchierate. Le differenze, ancora una volta, sono belle.

 

Ognuno parte con l’idea di andare all’estero e crearsi un giro di amici internazionali. Poi però, le circostanze ci mettono davanti ad altre persone e, una volta che si è all’estero, già ci si sente abbastanza soli che non vale la pena sprecare tempo a pensare “no, ma io con gli Italiani non esco perché voglio imparare l’inglese ed avvicinarmi a nuove culture”.

 

All’estero, o meglio, in un limbo internazionale, portoghese, inglese, italiano, russo, sudafricano o canadese non fa differenza. All’estero la tua nazionalità non è altro che una caratteristica che ti porti dietro, tanto quanto essere alto o basso, biondo o moro, col naso alla francese o a patata.

Ergo, farsi un amico irlandese o farsi un (altro) amico italiano, non fa alcuna differenza. L’importante è farsi un amico, un amico vero. L’importante è piacersi a pelle e divertirsi assieme.

 

In un limbo internazionale siamo tutti ridotti ai minimi termini e cerchiamo di ottenere il meglio dalle piccole gioie che la vita ci offre.

Io, per esempio, mi innamoro a cadenza bisettimanale.

 

E questa settimana sono innamorata di loro, del mio gruppo di italiani. Dolci, sbaciucchiosi, infreddoliti (da un maggio che promette neve), nostalgici (del cibo italiano), gesticolanti (che qui le mani guai a muoverle per comunicare) e sempre canticchianti e sorridenti.

 

Così sorridenti e canticchianti che ieri, dopo averli presentati al mio collega lettone, lui mi ha chiesto se non fossimo tutti ubriachi. E no, non lo eravamo. Stavamo solo facendo la cosa che ci riesce meglio, essere Italiani 🙂

 

07 – Giorni strani

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ImageFinora ho solo parlato di emozioni positive, e di quanto queste emozioni positive mi abbiano fatto crescere.

Ora Natale è alle porte, eppure non riesco ad essere felice come lo ero fino ad un mese fa.

Atmosfera natalizia a parte (che comunque è da un paio di anni che non sento più), c’è una mestizia che aleggia nell’aria. Molte persone se ne vanno in questi giorni e non torneranno per il secondo semestre. Molte persone, alcune delle quali hanno lasciato un segno profondo dentro di me, non le rivedrò più per molto tempo. O più probabilmente non le rivedrò mai più in vita mia. Ecco, ieri ero proprio entrata in crisi per questo.

Quando hai quei chiodi fissi in testa e vorresti solo dormire per non pensare, vorresti mettere in stand-by il tuo cervello e sperare che quando ti svegli tutto sia finito e tu possa riappropriarti della tua essenza.

In aggiunta a questo, Berlusconi mi ha fatto girare ancora di più le bàle, ma poi ci ha pensato la Littizzetto a farmi tornare il sorriso 🙂

 

E poi ho pensato alle persone che sono contenta che se ne vadino, perché non vivono l’Erasmus come dovrebbe essere, ovvero tutte coloro che se ne stanno chiusi in camera a parlare su Skype 8 ore al giorno. O quelle che che sono venuti qui per disincantarsi e sono più flemmatici di prima. O quelle che sempre e comunque rimangono nella fortezza delle loro impressioni e tradizioni e non si aprono alle Novità, non si aprono alla Gente.

 

Comunque poi mi sono concentrata sul fatto che le persone che mi sono entrate dentro non le lascerò mai andare via, faranno sempre parte dei ricordi positivi della mia esistenza, delle quali sempre amerò il ricordo, faranno sempre parte di me. E poi bisogna essere pronti ad aprirsi ai nuovi studenti che arriveranno a fine Gennaio 🙂 Non voglio fare quella “erano meglio gli altri di prima” , voglio tornare qui con la stessa carica che avevo ad Agosto, aperta a tutto e tutti, senza pregiudizi né giudizi affrettati. Anzi senza giudizi, ché giudicare non fa per me.

 

Nel mio appartamento fortunatamente se ne va una persona che sta su Skype tutto il giorno gridando “oh m Gosh, totally ahahaah uhhhhm I was like oh no, that’s awful, oh yeah, that’s incredible, ohhh naaaw that’s insane, yeeeah I love you too” per cui avremo tante grasse risate in meno ma Giulia verrà a vivere qui al suo posto. Povera, non riesce più a sopportare le sue coinquiline, meglio conosciute come Pokémon. E sono dei Pokémon sul serio. Peccato che non si possano rinchiudere in una PokéBall, almeno un paio d’ore al giorno. Insomma, il mio appartamento sarà ancora meglio il prossimo semestre. E speriamo che tutto il 4° piano si arricchisca di nuove persone, storie ed esperienze, ho ancora tanta vita da vivere qui.