Latvian adventure si trasferisce in Lussemburgo

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Due settimane fa ho aperto la porta di una casa nuova ad una vita nuova, in un Paese nuovo, con un coinquilino nuovo.

Due mesi fa io e l’Alfista tornavamo dall’Italia alla Lettonia, non sapendo bene cosa la vita ci avrebbe riservato. Da lì a due giorni l’Alfista ricevette finalmente la chiamata dal Lussemburgo in cui non speravamo più, due ore prima del mio appuntamento fissato per la firma del contratto del nuovo appartamento a Riga, contratto che stracciai due minuti prima di incontrare il padrone di casa. In due settimane da quel momento, sarei stata all’ospedale ricevendo chiamate da numeri lussemburghesi su un cellulare morto fra le attese del pronto soccorso. Tra le corsie dell’ospedale, febbre e babuškas ho inviato la caparra per i nostri 35 mq di Céssange, a scatola chiusa. Nel corso dei venti giorni successivi avremmo venduto le nostre amate bici e la macchina: l’Alfista si trasformò così in un Alfista senz’Alfa.

In due settimane abbiamo fatto due viaggi all’Ikea in Belgio, abbiamo due volte litigato, abbiamo due volte fatto pace e siamo stati felici almeno due volte al giorno.

Il letto, il bagno, la scrivania, l’armadio e il comò si dividono per due. Il cibo, i vestiti, le scarpe e la corrispondenza si moltiplicano per due.

Sì, anche i conti si dividono.

Sì, anche i conti si dividono.

Siamo in due, siamo in Lussemburgo, e stiamo imparando a convivere.

U.S.A. (& GETTA)

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San Francisco, Los Angeles, San Diego e tutte le varie città ed attività che – non so come – sono riuscita ad incastrarci in mezzo,   hanno accartocciato le mie povere membra per poi sedercisi sopra e farne un ammasso di… rottami?

Questo viaggio inizia in un freddissimo venerdì notte rīdzinieko (righense?), alle 3 a.m. quando il mio capo decide di chiamarmi a sorpresa dal Canada.

“CANCELLA TUTTO, NON TI MANDO PIU’ A FRANCOFORTE. TU VAI IN CALIFORNIA.”

“What. Why. California is better than Germany. Okay. Ronf.”

Quello non è stato nient’altro che l’inizio di una lunga serie di sfortunati eventi.

La mattina del 22 Marzo un estremamente assonnato quanto sovreccitato e logorroico Alfista mi accompagna all’aeroporto sotto la neve, mi augura buon viaggio con un bacino e si raccomanda affinché io faccia tanto car spotting. Io nemmeno mi rendo conto di quello che sta per succedere, tant’è che decido di perdere il passaporto e la carta d’imbarco, per accaparrarmi l’ultimo yogurt ai mirtilli e muesli. Ho battuto il mio record personale sui 5k con tanto di trolley e borsone addosso. All’aeroporto di Amsterdam. Lo steward faceva il tifo per me, mentre le hostess minacciavano di lasciarmi a terra. Insomma, il dito medio alzato durante il body scan è del tutto meritato.

Atterro a SF e dopo 25 minuti di domande ai customs vado a ritirare il mio bellissimo Mustang

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Silicon Valley, San José, Santa Cruz, Monterey, Carmel-by-the-sea, Los Padres, Morro Bay, San Luìs Obispo, Santa Barbara in 4 giorni. Sulla California-1. Vista oceano. La parte migliore, motel esclusi. Con il Mustang decappottato, of course.

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Arrivo a Los Angeles e penso – ma cosa sono ‘sti quattro grattacieli messi in croce? Lavoro. Mi ammalo. Vado allo Urgent Care più vicino. 25 miglia, guidando e piangendo, mentre le mie orecchie scoppiano e la mia voce è inesistente. Investo 400 bucks nel sistema sanitario messamericano (mess nel senso di messicano, non si voglia mai dire che sia un mess) e vinco antibiotici per il resto della mia vacanza-lavoro ormai diventata una vacanza-malattiainfettiva-lavoro.

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San Diego mi fa sentire che sto bene, ha un’aria calma e  familiare, delle belle luci, artificiali sulla 5th av. e naturali, al tramonto nella San Diego Bay. Pacific Beach mi regala la grandezza dell’oceano per tre mattine di seguito ed una chiacchierata con un signore che passava di là.

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La sintesi della sintesi della sintesi è che, se avessi una mente matematica, il bilancio sarebbe in pari. Magari tendente al negativo. Il problema è che non ho mai visto un cielo così grande, una natura così imponente e che la mia libertà ribelle non si è mai sbracciata così tanto. E che gli Americani a me fan tanto ridere. Ma proprio tanto tanto tanto. Perché in America tutto è più grande.

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