U.S.A. (& GETTA)

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San Francisco, Los Angeles, San Diego e tutte le varie città ed attività che – non so come – sono riuscita ad incastrarci in mezzo,   hanno accartocciato le mie povere membra per poi sedercisi sopra e farne un ammasso di… rottami?

Questo viaggio inizia in un freddissimo venerdì notte rīdzinieko (righense?), alle 3 a.m. quando il mio capo decide di chiamarmi a sorpresa dal Canada.

“CANCELLA TUTTO, NON TI MANDO PIU’ A FRANCOFORTE. TU VAI IN CALIFORNIA.”

“What. Why. California is better than Germany. Okay. Ronf.”

Quello non è stato nient’altro che l’inizio di una lunga serie di sfortunati eventi.

La mattina del 22 Marzo un estremamente assonnato quanto sovreccitato e logorroico Alfista mi accompagna all’aeroporto sotto la neve, mi augura buon viaggio con un bacino e si raccomanda affinché io faccia tanto car spotting. Io nemmeno mi rendo conto di quello che sta per succedere, tant’è che decido di perdere il passaporto e la carta d’imbarco, per accaparrarmi l’ultimo yogurt ai mirtilli e muesli. Ho battuto il mio record personale sui 5k con tanto di trolley e borsone addosso. All’aeroporto di Amsterdam. Lo steward faceva il tifo per me, mentre le hostess minacciavano di lasciarmi a terra. Insomma, il dito medio alzato durante il body scan è del tutto meritato.

Atterro a SF e dopo 25 minuti di domande ai customs vado a ritirare il mio bellissimo Mustang

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Silicon Valley, San José, Santa Cruz, Monterey, Carmel-by-the-sea, Los Padres, Morro Bay, San Luìs Obispo, Santa Barbara in 4 giorni. Sulla California-1. Vista oceano. La parte migliore, motel esclusi. Con il Mustang decappottato, of course.

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Arrivo a Los Angeles e penso – ma cosa sono ‘sti quattro grattacieli messi in croce? Lavoro. Mi ammalo. Vado allo Urgent Care più vicino. 25 miglia, guidando e piangendo, mentre le mie orecchie scoppiano e la mia voce è inesistente. Investo 400 bucks nel sistema sanitario messamericano (mess nel senso di messicano, non si voglia mai dire che sia un mess) e vinco antibiotici per il resto della mia vacanza-lavoro ormai diventata una vacanza-malattiainfettiva-lavoro.

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San Diego mi fa sentire che sto bene, ha un’aria calma e  familiare, delle belle luci, artificiali sulla 5th av. e naturali, al tramonto nella San Diego Bay. Pacific Beach mi regala la grandezza dell’oceano per tre mattine di seguito ed una chiacchierata con un signore che passava di là.

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La sintesi della sintesi della sintesi è che, se avessi una mente matematica, il bilancio sarebbe in pari. Magari tendente al negativo. Il problema è che non ho mai visto un cielo così grande, una natura così imponente e che la mia libertà ribelle non si è mai sbracciata così tanto. E che gli Americani a me fan tanto ridere. Ma proprio tanto tanto tanto. Perché in America tutto è più grande.

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Da Riga: Silvia

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Grazie ad Amiche di Fuso per avermi concesso a Riga e a me in piccolo spazio! Arrivo in ritardo, ma ho tempo solo ora alle 5 del mattino – cheers, jet lag!

Amiche di fuso

Oggi ospitiamo Silvia dai Paesi Baltici che si racconta nel suo blog  Estonian Adventure: ha scelto Riga per il suo espatrio e si sente tutto il suo amore per questa città. 

Da che ho memoria, ho sempre avuto un’immagine di me proiettata al di fuori dei confini italiani. Costruire una vita in un Paese che non fosse l’Italia è sempre stato il desiderio verso cui tendevo dalla più giovane età.

A 14 anni, nel 2005, mi sono iscritta al liceo linguistico, uno dei pochi in Italia ad offrire il russo come una delle tre lingue straniere obbligatorie. Volevo iniziare a studiarlo già dal primo anno, ma non abbastanza ragazzini a quell’età erano della stessa opinione. Fui costretta ad iniziarlo solo a 16 anni.

In quel periodo fiorì in me il seme di un amore per la Russia, ineguagliabile alla generale attrazione e curiosità per l’ignoto che provavo verso qualsiasi…

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Los Angeles.

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È da tanto che non ci sono perché il tempo l’ho passato a vivere, a riempirmi le giornate di riunioni stressanti, appuntamenti interessanti, cene romanticheggianti, party scoppiettanti ed amici, sempre tanti. 

Ne ho le bozze piene del tutto di cui sopra… Ma magari mi serviva una seduta di pedicure nel Fashion District di Los Angeles, mentre il resto del mondo a me conosciuto dorme, per sbloccarmi. 

  

A volte basta così poco, ma quando sono felice e la vita straripa, il blog mi va stretto. Un po’ come quel paio di jeans che non metti dopo le vacanze di Pasqua, perché si sa che andranno a stringere in un punto scomodo, ma vuoi mettere il piacere del barbecue di Pasquetta?

Ora mando una cartolina a Riga da Los Angeles, fissando la mia felicità di qui e ora. Abbracci e baci. Non vedo l’ora di rivederti e raccontarti tutto. Tanto di bello, un tantino di brutto.