Neve di sfide.

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LA NEVE, CHE BELLEZZA! IO ADORO LA NEVE, PER ME UN INVERNO SENZA NEVE NON HA SENSO. NON SAI QUANTO TI INVIDIO, TU HAI LA NEVE!

La frase standard pronunciata dagli italiani in patria, quando comunico che qui sta nevicando.

Sì, la neve in sé è bellissima e per niente problematica, sono d’accordo.

Endla. Estonia.

 

 

Quello che non sanno è che la neve si posa sulle strade, trasformandosi in ghiaccio poi e in acqua più tardi.

Quello che non sanno è che bisogna immedesimarsi nella suola delle proprie scarpe ogni mattina e cercare di capire le condizioni del cemento attraverso il vetro della tua finestra di casa. Le scarpe non le abbini al tuo vestito, le abbini alle condizioni stradali.

Quello che non sanno è che il tuo sguardo deve fissare il cemento e il tuo cervello pianificare attentamente ogni prossimo passo, attraverso un’equazione difficilissima che include le condizioni della pavimentazione, il livello di neve/ghiaccio/acqua di quei 30 cm, una rapida ricerca nell’archivio della tua memoria per ricordare se ci sono buche rischiose o tombini scivolosi, un’essenziale valutazione del rischio di aumentare la velocità del proprio passo se si è in ritardo.

Quello che non sanno è che non c’è nulla di eccezionale nel vedere donne spiccare e camminare su tacchi 12: il loro cervello deve risolvere un’equazione dello stesso livello che risulterà in caviglie distrutte nel giro di qualche anno. Non provare neanche a chiederti come facciano le babushkas con il bastone in una mano e dieci chili di spesa nell’altra.

Quello che non sanno è che non puoi guardare la faccia delle persone… chissà quante volte avrò camminato accanto ad uno dei possibili grandi amori della mia vita ma non lo saprò mai, perché quando nevica non pensi all’amore. La priorità è quella di non spaccarti una gamba.

Quello che non sanno è che tutto ciò ti fa entrare in una specie di trance che rilassa ed abitua le tue gambe ad una nuova condizione: non quella di camminare sul ghiaccio, ma di scivolarci soavemente sopra. Quando impari a scivolare le tue spalle saranno ormai incurvate e la tensione accumulata fra le tue cervicali.

Quello che non sanno è che è altamente probabile mettere un piede in fallo, sdrucciolare, aggrapparsi ad un palo e salvarsi in corner così come cadere rovinosamente ed imprecare nel mezzo della folla, senza che nessuno batta ciglio, se la rida sotto i baffi né ti aiuti a risollevarti.

Quello che non sanno è che Riga si trasformerà, in ultimo, in una piscina a cielo aperto, in una Venezia senza puzza di pesce. E tu ti trasformerai in una rana, saltando pozzanghere, creando percorsi improbabili per raggiungere la tua destinazione con l’unico fine di evitare di attraversare incroci divenuti acquitrini. Preparati a sgrassare fango dai tuoi vestiti, ché gli pneumatici di macchine e camion non hanno pietà per chi è su due piedi: splashano e sbeffeggiano chi cammina troppo vicino al margine della carreggiata.

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Rīga. Centro città.

 

Potrei scrivere che dopo neve, ghiaccio e acqua una fase quattro c’è, e prevede lo spuntare del sole, che asciuga le strade, ristora la luce ed i colori: basta apprendere l’arte dell’attendere e del sopravvivere nel frattempo.

Io, da brav’anima senza pace, incapace di proiettare una vita nel futuro prossimo, scrivo ciò che quelli non sanno: ognuno di questi giorni sembra infinito. Quando devi re imparare a camminare, ogni giorno sembra infinito, ogni giorno ti sfida e ti sbeffeggia. Non c’è spazio per nient’altro se non per l’emisfero destro del tuo cervello che invia segnali alla tua gamba sinistra e per l’emisfero sinistro che mette in funzione la tua gamba destra. Non c’è spazio per nient’altro se non per indossare tre paia di calzini invece che due, riconsiderare l’importanza dei tuoi alluci che più volte ti salvano dalla rovina, essere grati a coloro che svolgono l’increscioso compito di spargere il sale sulle strade per arrotondare le proprie pensioni di 50 euro e pensare a quanto ingiusto questo sia.

Quello che non sanno è che tutto il corpo cerca di stare in equilibrio e la tua forza verte e si con-centra nell’ombelico. Che molte tue scarpe non ce la faranno a sopravvivere all’inverno e quelle che ce la faranno avranno mille cicatrici nelle loro suole. Che i calzolai ormai non esistono più e che allora tanto vale buttarle via.

Nel frattempo ti avranno concesso di camminare per qualche settimana o mese, opponendo un po’ di resistenza iniziale ma, alla fine, facendosi plasmare dalla pianta del tuo piede e dalla velocità del tuo passo.

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Le scarpe, la neve, il ghiaccio e l’acqua non sono fittizi nonostante abbiano la pretesa di essere metafore.

E il camminare mi porterà in California a marzo.

2015 – LIBERTA’, COSTANZA E PERSEVERANZA.

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Il 31, la fine, per me ha sempre avuto più significato del 1, dell’inizio: solo un paio di anni fa mi sono resa conto che la parola capodanno si riferisse al primo giorno dell’anno nuovo e non all’ultimo giorno dell’anno vecchio. Ho la mania di cercare di capire l’anno nuovo attraverso l’anno vecchio, di cercare indizi del futuro nel passato, di cogliere segni casuali di un presente non ancora manifestato. Il mio cervello e la mia anima non hanno ancora effettuato l’update 2015, quel 5 non mi suona ancora. Scrivo mail e note, ma l’ultimo numero che esce dalla penna è sempre il 4. Ancora non so chi voglio essere e cosa voglio fare di me stessa nel 2015.

Ultimamente sono in cerca di segni dall’universo, visto che dentro di me non trovo che il vuoto. Mi sento vittima di una vita troppo frenetica, di ritmi troppo sbagliati, in mezzo a gente che viene e se ne va, sento le energie dileguarsi verso altri porti e nothing is left for my own [sake].

Il mio dialogo interiore intento alla costruzione di buoni nuovi propositi, come la società ci insegna di fare, non ha dato alcun risultato, se non quello di sottolineare le mancanze.

Manco di costanza nell’amare me stessa, pullulo di veleno interno e lo sento scorrere. Pullulo di negatività e pullulo di pensieri. Pullulo di disordine e di paure. La mia bussola interna ha smesso di funzionare, mi sento persa. Intuisco il mio corpo risentirne, ma non lo capisco, non mi capisco. Mi sento un granulo di polvere in una tempesta. Non vedo altra soluzione se non nel darmi tempo, abbandonarmi alla mia attività onirica alquanto fuori norma, concedermi alla pigrizia ed al silenzio, dipingermi di invisibilità e lasciare che la tristezza venga assorbita dai miei tessuti, lasciarmi penetrare dalla sua umidità fino al midollo.

Un amico incontrato ieri per caso mi ha fatto notare di quanto io tenda sempre a pensare di non essere abbastanza, di non fare mai abbastanza e forse questo mi ha ispirato nel buon proposito di ridurre i miei motori al minimo, di vivere più per me e meno per gli altri; di capire più me stessa che non gli altri. Senza aver paura di quello che troverò in me stessa, senza aver paura di deludere gli altri.

Ho passato tutto il 2012, il 2013 e gran parte del 2014 ad accettare una malattia che si era impossessata di me, l’epilessia. Il 31 mattina l’allarme per prendere le medicine, o, come lo chiamo io, il veleno, non è suonato. Mi auguro che il 2015 sia l’anno buono per smettere di avvelenare il mio corpo ogni 12 ore. Probabilmente l’epilessia ha sempre fatto parte di me e ne incontro la logica nel fatto che io tenda ad ultra controllare la mia esistenza: la mia paura della malattia e il veleno che tenta di soffocarla sono causa e conseguenza della mia paura di vivere. Eppure l’epilessia fa parte di me. E la paura è un sentimento dal quale è impossibile rifuggire; la paura è la natura animale, è l’istinto di sopravvivenza. Il veleno si può evitare. Le medicine, i veleni, sono una scelta. Io decido di smettere, decido di liberarmene.

Un rischio, un pericolo. Così dicono.

Io decido di saltare oltre la siepe. Sfidarmi e non fidarmi [più] di qualcosa che mi viene prescritto come necessario.

Auguro a tutti un 2015 fatto di libertà [dalle paure], costanza [nell’ascolto del proprio corpo] e, nel caso, perseveranza [nel volersi e farsi del bene]. Ora metto un freno i pensieri ed esco a vivere.