RIGANNIVERSARY!

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Fuori nevica. Ho passato una giornata terribile, in preda alla meteoropatia e alla sindrome premestruale. Mi sono fatta coccolare dal cioccolato Laima che non per nulla significa “della felicità”.

So che ci sono i mercatini di Natale imbanditi di kārstvīns, piparkūkas (biscotti al pepe), calzettoni in lana e berrettoni che pungono la pelle. So che devo iniziare a mettermi la crema alla mani tutti i giorni ed assicurarmi di avere le solette in tutte le scarpe. Questi due anni nei Baltici mi hanno insegnato che la temperatura a 0 è la normalità. Si inizia a parlare di freddo quando si sforano i -10 e, parallelamente, si inizia a parlare di caldo quando si superano i +10.

Un anno fa io sono arrivata qui a Riga come AuPair e sono ancora qui, con un lavoro che amo e una casa che non lascerei mai, nonostante abbia i mobili arancioni, i muri dipinti di rosa e il soffitto dipinto di blu.

Ho deciso di modificare il blog, a partire dal nome: ormai penso che la Lettonia se lo meriti. Questo posto mi ha dato tanto, mi sento fortunata. Nessuno ha preso seriamente la mia scelta di venire qui e invece… Qualcosa di (più che) buono ne è uscito. Molti tuttora non comprendono le mie ragioni né tantomeno le condividono, nelle poche volte in cui hanno la pazienza di starmi a sentire. Quello che leggo nelle facce della gente è un sorriso ridicolizzante soffocato, un giudizio di serie B su questo che sento come il mio Paese, la mia lingua, la mia cultura, la mia gente.

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Me + Bandierina lettone

 

Inutile specificare che i commenti vengono dall’Italia, tanto da amici quanto da conoscenti. Ormai scrollo le spalle ogni volta che qualcuno mi colpisce in questo punto, anche se penso che non riuscirò mai a smettere di soffrire, almeno un pochino, per essere quella che se ne è andata in Estonia prima e il Lettonia poi, senza mai aver considerato possibilità quali le top list London o Berlin, qualsiasi posto in Spagna o in Australia. Lo scegliere un Paese decisamente meno ricco di quello da cui provengo ha fatto di me la sfigata.

Sì, l’ho deciso in completa autonomia di venire a vivere qui, in un posto per il quale la gente non sprecherebbe nemmeno 30 euro di biglietto aereo per venirmi a trovare. La massima più rilevante è “ma in Lettonia si dorme tanto, vero? AH. AH. AH. Simpatico. SI’, SEI PROPRIO SIMPATICO”

Tranquilli, la via dell’emigrazione l’ho presa dalla parte giusta.

Questo post non era partito con l’intenzione acida ma, ci tengo specificare, se non si fosse già capito abbastanza, qui si vive bene. Non ci sono i Russi a minacciare l’occupazione. Non ci sono slavi pronti ad ammazzarvi di botte ad ogni angolo. C’è una natura che non è stata intaccata nei paesaggi dalle ville dei ricchi e dal turismo sfrenato, un’architettura che porta il segno di tutte le culture che si sono susseguite e qui mescolate. Una lingua e delle tradizioni tanto uniche quanto aperte al nuovo, all’estraneo, al diverso. Una popolazione visibilmente distinguibile fra Lettoni e Russi, che crea un ambiente scandinavo-slavo assolutamente irriproducibile.

Personalmente, sono una fan delle diversità. Odio le uguaglianze, preferisco di gran lunga guardare alle differenze. Evito le vie già battute, già provate, già scoperte. Molto spesso agisco per contrarietà. Mi sono affidata molto al mio intuito quando era giunto il momento di mettere la vita in una valigia ed andarsene di nuovo; ho saltato nel buio ed ho avuto molta fortuna, lo riconosco.

Ne ho avuta così tanta che, forse, non me ne vado più: la Lettonia è la mia America.

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St. Peter’s Church + House of the The Blackheads

 

STARO RĪGA – AMO RIGA

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Il 18 Novembre si festeggia la dichiarazione dell’indipendenza della Lettonia dall’Impero Russo. Una delle tante date importanti nella storia travagliata di questo piccolo Stato. In quest’occasione Riga si ricopre di luci. E’ una tradizione vecchia un lustro e nasce da un’idea semplice: ricoprire tutti i luoghi degni di nota di fasci e spettacoli di luce.

Ieri volevo uscire per godermi lo spettacolo delle luci di Staro Rīga da sola, musica nelle orecchie, passo spedito e sorriso ebete stampato in faccia. Dopo quasi un anno di vita qui, Riga mi fa ancora quest’effetto. Avevo bisogno di passare un po’ di tempo da sola con Riga, a farmi scaldare l’anima da una sigaretta fumata sulla riva del Daugava, a riconnettere i fili invisibili in una me stessa reduce da un weekend intenso di emozioni.

All’ultimo, ho accettato di uscire con degli Italiani che si sono appena trasferiti qui. Il mio progetto in solitaria è sfumato in favore di un’ulteriore socializzazione, nonché tentativo di riappropriarmi delle mie capacità linguistiche italiane.

Riga, fortunatamente, era lo sfondo e il denominatore di questo incontro. Ero con altre persone ma l’unica cosa a cui pensavo era l’amore per Riga, ancora più bella, vestita a festa e ricoperta di luci. Sentivo l’amore per Riga scorrermi nelle vene ad ogni angolo ed ogni volta che il freddo mi punzecchiava il naso, la guancia o la coscia. Lo sentivo ad ogni mio passo, ad ogni incrocio di strada e ad ogni sguardo che incrociavo.

Io ad Agosto, poco prima di partire per le vacanze, volevo veramente andarmene da qui. Il piano era quello di tornare fino allo scadere dell’affitto e poi andarmene da qualche altra parte. Mi servivano un paio di mesi per decidere quale piano attuare ma…

Sto per compiere il mio primo Riganiversary ed è tempo di bilanci. L’anima sembra si sia placata qui, sulle rive del Daugava. Io inizio attivamente a sentirmi una Lettone DOC: amante ricambiata di Riga, con una sfumatura patriottica tipicamente lettone. E amante incondizionata, seppur critica, di questa società così imperfetta e complicata, sfaccettata e frammentata.

Da dopodomani Riga tornerà nei suoi abiti di sempre. Io non so se tornerò ad indossare quelli comodi a cui ero abituata fino a poco tempo fa, quelli che mi ero ripromessa di indossare per solo qualche mese ancora.

Brīvība. Libertà. Freedom.

DAY 8 – GERMANS SAY “FAHRT” WAY TOO OFTEN

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Il mattino seguente mi sento già una crucca DOC. Mi battezzo e autoconferisco il titolo durante la mia colazione. Successivamente mi autocongratulo e brindo a me stessa con il mio vicino di tavolo, uno scozzese in kilt.

Just a tiny brunch, German style.

In qualche modo riesco ad alzarmi senza rotolare e ad andare a farmi un giro per Colonia, nonostante i livelli di colesterolo nel sangue decisamente raddoppiati. Altro non trovo che fast food e negozi di vestiti… Mi lascio quasi tentare dalla splendida svendita di DIRNDL: la mia immaginazione già vedeva me in dirndl e il ragazzo scosseze di cui sopra scorrazzare felici nelle praterie nei nostri outfit discutibili ma decisamente in linea con il nostro stato di insanità mentale. Insomma, io e lui, il mio dirndl e il suo kilt, anime gemelle finché morte non ci separi.

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Dirndl me 🙂

Dopo questo breve ma intensissimo trip mentale, scrollo la testa dai miei pensieri alla Heidi-ti-sorridono-i-monti e torno alla realtà dura e cruda: affrontare la popolazione tedesca dentro la giungla di un Primark. Niente gentilezza né sorrisini, bensì donne e uomini di tutte le età pronti a combattere la calca e i nemici che spuntano dagli scaffali meticolosamente posti a labirinto. Esco vittoriosa dal Primark dopo due ore, alleggerita di un centinaio di euro ma col guardaroba invernale pronto.

La serata scivola via con tre ore passate al telefono con Floris, un amico Erasmus, che pianifica la mia gita del giorno successivo tra Utrecht e Amsterdam, cumulando tutti gli sconti e i coupon rintracciabili su siti sia olandesi che tedeschi e scrivendomi la mail più dettagliata e carina che io abbia mai ricevuto (si vede che studia giornalismo) 😀

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this is just the first page of his email! In the second page – phone numbers In the third page – vocabulary of useful Dutch words 🙂

 

FAHRT GEHEN!!!!

DAY 7 – FROM KEBABLAND TO BIERLAND.

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Per la prima volta in Germania. Io. AHAHAHAH. Non ho mai avuto una passione per questo Paese… Mentre qualsiasi altra parte del mondo attirava, in qualche modo, la mia curiosità, della Germania nun me n’è mai potuto fregà de meno. Nella mia mente rotolavano balle di fieno, il nulla, pensando alla Germania. I calzini bianchi sfoggiati con sandali Dr. Scholl non fanno testo.

calze-sandali

This is the German flag, right?

Nella mia vita ho la fortuna di avere amici Tedeschi a cui voglio moltissimo bene, con i quali non ho mai fatto mistero del mio totale disinteresse verso il loro Paese d’origine (né mi sono mai trattenuta dal fare battute stupide o dall’imitare in maniera assolutamente NON politically correct la loro lingua). Per fortuna anche loro mi vogliono tanto bene e la risposta più cattiva mai ricevuta è stata un: You shut up, spaghettifresser!

I casi della vita hanno voluto che mia sorella decidesse di studiare tedesco, così, da Istanbul sono volata a trovarla in Deutschland, superando i miei stessi limiti (yeah!). Una parte di me, dopo i bagordi in Turchia, sentiva la necessità impellente di ritrovare un po’ di calma, precisione ed ordine.

Il treno che da Dusseldorf doveva portarmi a Colonia era in ritardo e sovraffollato. Il mio albergo lontanissimo dalla stazione dei treni. Il mio cellulare scarico (colpa mia, non della Germania). I Tedeschi mi guardavano e sorridevano, incoraggiandomi a portare pazienza. Un ragazzo carino mi ha aiutato a scaricare le valigie dal treno e a portarle giù dalle scale. Altre persone si sono offerte spontaneamente di aiutarmi, dandomi indicazioni non richieste verso l’albergo ed erano sinceramente preoccupate per me e il peso delle mie valigie 🙂

Tutto questo mi era assolutamente nuovo: in Lettonia non ci sarà mai nessuno ad aiutarti, le persone sono diffidenti e l’idea di aiutare qualcuno non passa mai nell’anticamera del loro cervello. O, se ti aiutano, di solito c’è un secondo fine. Sorridere a sconosciuti è considerata maleducazione perché viene percepita come una presa in giro o un sottovalutare l’individuo di fronte a te.

E qui veniamo a me e alle mie prime impressioni sulla Germania: la mia tendenza naturale ad essere aperta e disponibile verso gli sconosciuti ha preso l’inclinazione di un brutto muso brontolone lettone che guarda un poveretto in difficoltà con aria di sufficienza e menefreghismo. Il mio arrivo in Germania mi ha fatto rendere conto di quanto mi sia lettonizzata: l’empatia e la disponibilità tedesca mi rendevano nervosa, la loro troppa disponibilità mi faceva veramente sentire ridicolizzata.

Per fortuna, mentre ero immersa in questa mia crisi d’identità e nazionalità e congetturavo un modo per scapparmene dalla Germania il prima possibile verso la mia astiosa, complicata, nonché amatissima, Riga, riesco a trovare l’albergo e mi precipito in doccia, contenta di sapere che di lì a poco avrei riabbracciato mia sorella dopo 6 mesi.

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❤ lovelove ❤