DAY 1 – Strolling from Riga to Bursa.

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Tre settimane fa’, a quest’ora, mi trovavo a trascinare le mie pesanti valigie da una stazione metro di Istanbul all’altra, aiutata, ovviamente, dal mio superOğlum Emin. I primi avvenimenti in terra turca sono stati:

1. FORTUNA ALL’AEROPORTO – perché agli arrivi, il mio intuito mi ha spinto a strizzare i miei occhi miopi e a dirigere i miei passi stanchi verso destra e non verso sinistra, riuscendo a intercettare lo sguardo turco di Emin in mezzo a cinquecentocinquanta sguardi Turchi in attesa di altrettanti Turchi e, allo stesso modo, lui si è sbracciato per attirare la mia attenzione: ero finita fagocitata da un foltissimo gruppo disorientato e disorientante di Giapponesi, che si muovevano goffamente nonostante avessero prenotato un servizio speciale per il trasporto dei loro real bagagli.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

2. UNA RICERCA MATTA E DISPERATISSIMA DI UN PULLMAN CHE CI PORTASSE A BURSA – con i traghetti Istanbul-Bursa soppressi, non ci restava che optare per il pullman. Un migliaio di persone si accingeva allo stesso scopo. Non sono più abituata alle città affollate, ai mezzi di trasporto straripanti, alle strade piene di gente: mi sale un ché di inspiegabile, non so se chiamarla agorafobia o contentezza nel vedere così tante persone. Solo Istanbul conta 14 milioni di abitanti; Bursa, invece, 2 milioni. Una rilevante percentuale è pendolare fra le due città. Per una abituata a vivere a Riga, una città di 700mila persone, vedere una fila più lunga di quattro persone può presentare un fattore di shock. A pullman prenotato, ci siamo seduti a mangiare dürüm kebap e a bere ayran. Emin ne ha approfittato per caricare il suo iPone.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

photo 2

Sì, mi sono data alla fotografia pazza e scatenata tipica dei turisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Siamo sopravvissuti a dei BAMBINI URLANTI, che passavano dalle braccia sapienti di una signora turca all’altra, passate da sconosciute a migliori amiche nel lasso di un paio di chilometri, all’interno di un pullman la cui temperatura interna rasentava i 50°C moltiplicato per sette lunghissime ore di viaggio, quattro delle quali passate sul ponte del Bosforo. Non appena superata la metà del ponte, Emin mi ha svegliato al grido di “Oğlum, you are not in Asia anymore, you are back in Europe. Let’s celebrate with some çay and some Turkish biscuits.”

Del resto, non ricordo molto. So di essermi addormentata perfino in taxi e di essere arrivata a casa della mia amica Ece alle 4,30 del mattino successivo. Alle stelle, perché (semi)cosciente di avere i piedi ben piantati in terra turca e di aver abbandonato le temperature lettoni ad una cifra sola, e pronta a collassare su una qualunque superficie vagamente morbida.

photo 3

Selfie di facce distrutte, quando ancora pensavamo di avere solo 3 ore di pullman da percorrere.

Oğlum, Bursa is better than Istanbul. It’s the 6th biggest city in Turkey and former capital of the Ottoman Empire ya, DO NOT FORGET IT”. –Oğlum Emin, Agosto 2014.

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