DAY 3 – BURSA CRAWLING

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Il giorno prima della mia partenza, Emin aveva dichiarato di avere un programma inflessibile e dettagliato come le istruzioni di un mobile IKEA, inclusivo di ore e modalità di pasti e sonno.

Con mio grande sollievo ed un pizzico di sua vergogna, ha ammesso che un piano non esisteva assolutamente e che l’organizzazione del nostro On The Road in Turchia avveniva, effettivamente, alla maniera turca. Le parole magiche dette da Emin inaugurarono perfettamente la nostra Turkish Adventure “Oğlum, don’t worry, everything will be just PERFECT, now we are together! Let’s have a cigarette now, ya, we are in Turkey and you have to smoke like a Turkish. Do you understand me? BE TURKISH”.

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La domenica decidiamo di svegliarci con calma ed andare a esplorare la provincia di Bursa, trascinando un Berkay hangoverato. Mi portano a Gölyazıun’isoletta all’interno di un lago, collegata alla terra ferma da un ponticello in cui la nostra macchina e un’altra fanno amicizia, rigandosi vicendevolmente. Emin impreca perché lo dovrà dire a suo padre, il quale, funny thing, lavora alla motorizzazione e gli farà il solito pippone sulla sua incapacità di guidare.

Andiamo ad esplorare l’isola. Io punto il dito su case a caso ed affermo una dozzina di volte che lì, proprio quella lì, rosa, con balcone sul tetto e colonne corinzie all’ingresso, sarà la mia prossima dimora. Da lì, da quel balcone, lavorerò nelle sere d’estate, sorseggiando tè turco.

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E’ giornata di mercato del pesce, della carne, della frutta e della verdura. Delle signore dai corpi di forma a mela cotogna sorridono e stendono pasta sfoglia per i Börek, mentre si sbracciano per attirarci ed offrirci un pranzetto. Ci fanno accomodare su un tavolo di quelli da picnic (occupato ABUSIVAMENTE, se proprio vogliamo usare un parolone che farà gridare allo scandalo) e stendono una tovaglia. Non ci è data possibilità di scelta e ci portano dei Börek a loro piacimento, con ripieni di patate, melanzane e formaggio. Adoro il non dover prendere decisioni in vacanza. Emin schifa i börek alle melanzane e li da ad un gatto. Berkay se la ride perché due signore stanno litigando, mattarelli in mano, incolpandosi l’un l’altra di furto di clientela. Sento forte il desiderio di imparare il turco; nel frattempo, mi limito a divorarne la cucina.

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Lasciamo Gölyazı per Mudanya. Fiondo a bagnarmi i piedi nel mare, finalmente mosso, con onde che non vedevo dall’ultima volta in cui ho visto l’oceano a Fuerteventura. I miei ventitré diventano all’improvviso venti di meno…E se ne avessi avuti venti di meno, mi sarei gettata in acqua con i vestiti. Mi trascinano via, in preda ad un delirio di onnipotenza: vogliono andare a bere il tè in un posto che non ricordo come si chiami, ma è a cavallo di un fiumiciattolo e mi ricorda un po’ Venezia. Evidentemente sovraffollato e disorganizzato, ma questo background a me piace eccome.

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“Oğlum, Turkish people are good only on two things: eating. And getting married with foreign people.”

DAY 2 – BACK TO ERASMUS DAYS

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Una giornata normale fra amici che non si vedono da tempo: arrotolati nella nostra stessa pigrizia, con tanta voglia di stare assieme e sciogliere le nostre lingue in una miriade di chiacchiere, per catching up con gli ultimi eventi della nostra vita.

So far, in Turchia, ho capito funzioni così:

sei triste? Mangia. Sei felice? Mangia! Sei ammalato? KEBAB! Ti senti un po’ giù di morale? BURSA KEBAB! Colazione? Alla turca. Ergo, il cibo è la risposta a qualsiasi domanda.

Ece, Alev, Emin ed io ci avviamo verso uno dei bar più chic di Görükle, il distretto dedicato principalmente al campus dell’Università di Bursa.

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“English Breakfast, you suck!”

Parliamo di religione, scelte morali e libertà individuali. Io mi sento molto a mio agio fra tre musulmani praticanti della mia stessa età. Le ragazze non mi giudicano né mi invidiano. In turco dicono ad Emin che piaccio molto a loro, perché sono una persona tranquilla, sicura e positiva, capace di prendere delle posizioni e di spiegarne il perché. Piaccio a loro perché lo stereotipo di ragazza europea che hanno in mente, è l’opposto rispetto alla persona in carne ed ossa che hanno di fronte a loro. Mi fanno giurare di tornare presto a Bursa e promettono di imparare l’inglese per poter passare più tempo con me a chiacchierare di “cose da donne”, senza Emin-mediatore-traduttore. Ricorderò per sempre i nostri sorrisi, mentre coglievamo ogni sfumatura del nostro discorso pur non parlando la stessa lingua. I nostri sguardi complici, mentre parlavamo di ragazzi e amore. Le nostre mani, gesticolanti, mentre si parlava di moda. E la faccia super annoiata di Emin, che stava quasi per ordinare il terzo kebab per foderarcisi le orecchie.

Nel tardo pomeriggio andiamo ad incontrare Oğlum Berkay, con cui avevo già condiviso un pezzetto della mia vita. Erasmus anche lui in Estonia, mi ha accolto con un “finalmente hai mantenuto la tua promessa di venire in Turchia, Oğlum!” Dopo le chiacchiere di circostanza abbiamo deciso di passare un pomeriggio normale, ché la magia del ritrovo racchiusa in quella stanza era fin troppa. Abbiamo guardato This is Englandcercando di imitare l’accento inglese ed arrivando alla conclusione che i Turchi non saranno mai in grado di replicarlo, nemmeno lontanamente. Decidiamo che Shaun sia il nome più lovely sulla faccia della terra.

Emin se ne va a casa, io e Berkay a cena. Mangiamo una specie di pizza turca, dall’astruso nome, beviamo ayran e torniamo a casa. Ci mettiamo sul balcone a guardare le stelle, un paio di birre congelate e una ventina di sigarette, accese l’una dopo l’altra, fitte quanto il nostro filosofeggiare sulla vita. Finite le birre io mi do’ al té turco. Berkay allo Jagermaister.

Per una persona incapace a mantenere una fase REM per più di 20 minuti come me, il té turco è la miglior medicina. Sono poche le notti in cui riesco ad abbandonarmi totalmente ad un sonno profondo, e questa è una di quelle, nonostante Berkay abbia fatto la spola fra la sua camera e il bagno, grazie ai troppi bicchierini di elisir tedesco che si era concesso, brindando al mio arrivo e al ricongiungimento tra fratelli Erasmus.

Erasmus Brothers 2 years later – must have wasted and tired but super happy faces.

Oğlum, I cannot believe you are finally here! Now you will see how Turkish people will welcome you! My house will always be your house too. Next time, please take your parents, siblings and relatives all as well!” – Oğlum Berkay, August 2014

DAY 1 – Strolling from Riga to Bursa.

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Tre settimane fa’, a quest’ora, mi trovavo a trascinare le mie pesanti valigie da una stazione metro di Istanbul all’altra, aiutata, ovviamente, dal mio superOğlum Emin. I primi avvenimenti in terra turca sono stati:

1. FORTUNA ALL’AEROPORTO – perché agli arrivi, il mio intuito mi ha spinto a strizzare i miei occhi miopi e a dirigere i miei passi stanchi verso destra e non verso sinistra, riuscendo a intercettare lo sguardo turco di Emin in mezzo a cinquecentocinquanta sguardi Turchi in attesa di altrettanti Turchi e, allo stesso modo, lui si è sbracciato per attirare la mia attenzione: ero finita fagocitata da un foltissimo gruppo disorientato e disorientante di Giapponesi, che si muovevano goffamente nonostante avessero prenotato un servizio speciale per il trasporto dei loro real bagagli.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

Era molto peggio di quello sembra, FIDATEVI.

2. UNA RICERCA MATTA E DISPERATISSIMA DI UN PULLMAN CHE CI PORTASSE A BURSA – con i traghetti Istanbul-Bursa soppressi, non ci restava che optare per il pullman. Un migliaio di persone si accingeva allo stesso scopo. Non sono più abituata alle città affollate, ai mezzi di trasporto straripanti, alle strade piene di gente: mi sale un ché di inspiegabile, non so se chiamarla agorafobia o contentezza nel vedere così tante persone. Solo Istanbul conta 14 milioni di abitanti; Bursa, invece, 2 milioni. Una rilevante percentuale è pendolare fra le due città. Per una abituata a vivere a Riga, una città di 700mila persone, vedere una fila più lunga di quattro persone può presentare un fattore di shock. A pullman prenotato, ci siamo seduti a mangiare dürüm kebap e a bere ayran. Emin ne ha approfittato per caricare il suo iPone.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

Siluvs, Silvija e Cylvia già ce li ho. Ah, e Bay vuol dire UOMO.

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Sì, mi sono data alla fotografia pazza e scatenata tipica dei turisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Siamo sopravvissuti a dei BAMBINI URLANTI, che passavano dalle braccia sapienti di una signora turca all’altra, passate da sconosciute a migliori amiche nel lasso di un paio di chilometri, all’interno di un pullman la cui temperatura interna rasentava i 50°C moltiplicato per sette lunghissime ore di viaggio, quattro delle quali passate sul ponte del Bosforo. Non appena superata la metà del ponte, Emin mi ha svegliato al grido di “Oğlum, you are not in Asia anymore, you are back in Europe. Let’s celebrate with some çay and some Turkish biscuits.”

Del resto, non ricordo molto. So di essermi addormentata perfino in taxi e di essere arrivata a casa della mia amica Ece alle 4,30 del mattino successivo. Alle stelle, perché (semi)cosciente di avere i piedi ben piantati in terra turca e di aver abbandonato le temperature lettoni ad una cifra sola, e pronta a collassare su una qualunque superficie vagamente morbida.

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Selfie di facce distrutte, quando ancora pensavamo di avere solo 3 ore di pullman da percorrere.

Oğlum, Bursa is better than Istanbul. It’s the 6th biggest city in Turkey and former capital of the Ottoman Empire ya, DO NOT FORGET IT”. –Oğlum Emin, Agosto 2014.

Aggiornamenti post vacanzieri

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Le mie vacanze sono giunte al loro epilogo quattro giorni fa’. Così come i ragazzini sono tornati a scuola il 15 Settembre, io sono tornata al lavoro, con delle novità e delle responsabilità nuove. Per chi non lo sapesse, il mio lavoro è abbastanza FICO: tutto ciò che mi serve sono il mio computer e una buona connessione internet – per il resto, potrei trovarmi in qualsiasi parte del mondo.

Ho così deciso di passare un mese in Italia (per la gioia di parents, grandparents e amici tutti) e di lavorare da qui, prima di tornarmene in Latvija. Le due settimane di ferie le ho passate viaggiando in lungo e in largo, un  po’ alla ricerca di me stessa e un po’ alla ricerca di nuovi angoli d’Europa. Turchia, Germania ed Olanda hanno avuto il piacere di conoscermi mentre la Spagna mi ha rivista per l’ennesima volta, facendomi sentire una di casa, come sempre.

A dire la verità, mi sono sentita a casa in tutti i luoghi che ho visitato (perfino in Germania!)… ma il concetto di casa per me, e, forse, per tutti gli expat, ha un diametro che equivale a quello del mondo e una superficie che non supera quella di un letto.

Queste due settimane di viaggio sono state per me un sentirmi totalmente padrona della mia volontà, realizzando i miei desideri e riempiendo i miei occhi di nuovi paesaggi, le mie orecchie di nuove voci, discorsi e lingue, stancando e sudando i miei passi per stradine inerpicate e solitarie della campagna turca o per quelle superaffollate ed ubriache di Amsterdam, soddisfacendo il mio palato con cibi e sapori sconosciuti prima, spalancando la mia bocca anche per la meraviglia delle mille sorprese.

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Istanbul, Sapphire

Ho tenuto un diario di viaggio che spero di riuscire a riversare nel blog, per mantenere viva in me la memoria e per condividere le mie vacanze con chi mi chiede come siano andate. E per fare un po’ di brainstorming perché si è insinuata in me l’idea di trasferirmi da un’altra parte…

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España, Tajo?

Pace, Amore & Maccheroni – dall’Italia è tutto