18 – questo non sarebbe dovuto essere un post triste. Ma forse, un po’, lo è.

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Lonely world – The Vaccines

La natura – Baustelle

 

Sono in macchina nella A1, da qualche parte in Lombardia, direzione Milano Malpensa.

Ho un biglietto di sola andata e due nodi: uno in gola ed uno fra l’esofago e lo stomaco.

Sono stata in Italia per due settimane, letteralmente volate. E ora ho questo sentimento bitter-sweet che mi tiene la mano: da un lato, la voglia di riprendere in mano la mia vita autonoma ed indipendente, dall’altra il sentire che a “casa” c’è chi ha bisogno di me, della mia vicinanza, del mio supporto. Del mio (brutto) carattere.

Non voglio entrare in particolari perché non voglio intristire chi mi legge né voglio aprire i rubinetti davanti a mia mamma e mia zia, in macchina qui con me, ché sono io quella forte.

 

Sto cercando di tenere a bada i miei pensieri che, pur sfuggendo alla mia stessa comprensione, riescono a lasciare solchi profondi nel mio terreno cerebrale. Mi nascondo fra la musica, mi faccio trasportare dalle parole che sento e da quelle che scrivo, ogni tanto lancio uno sguardo fuori dal finestrino ed ogni indizio mi suggerisce di farmi travolgere dal tempo che passa, di non opporre resistenza agli eventi che succedono, bensì di mettermi di fronte a loro, attraversarli, e guardarmi indietro solo quando la tempesta sarà passata.

Mi sento scissa fra due mondi, obliqua e con due grandi problemi ma… viva, pronta a reagire e ad accettare i cambiamenti. Pronta a conoscere un’altra me, ad affrontare la metamorfosi a cui la vita mi sta già sottoponendo.

 

 

 

Nel Diorama il tempo non ci può far male, non c’è prima non c’è poi. Solo il culmine di vite singolari, l’illusione che non marciranno mai (…) Fissi dietro il vetro a bocca aperta, fuori piove, il tempo passa… Ce ne accorgeremo poi”

Diorama, Baustelle 2013.

 

17. ITALIANS IN LATVIJA.

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Ultimamente il mio giro di amici in Lettonia si è arricchito di una forte componente italiana.

Mi piacciono tutti, ognuno proprio e proprio tanto. Tutto è partito da M., la mia coinquilina sarda, qui da marzo per tirocinio. Lei ha conosciuto altri italiani qui per tirocinio e mi sono imbucata fra loro, non essendo né carne né pesce.

Mi ha dato da riflettere molto il fatto che da quando vivo all’estero non fossi mai uscita con un gruppo composto solamente da italiani.

 

Mi piace vedere le loro facce stupite, impressionate, curiose, allettate, eccitate, entusiaste… schifate alle volte, allibite per lo più.

Mi piace ascoltarli, quando parlano della loro percezione della vita di tutti i giorni qui in Nord Europa, in un Paese post-sovietico, in un Paese che cresce così velocemente ma che nell’immaginario collettivo rimane pur sempre “Russia”.

Mi piace quando mi dicono che qui fa troppo freddo e che io non potrò mai capire come si sentano loro (N.B. I miei Italiani sono sardi, pugliesi, siciliani e marchigiani. Io, essendo veneta, secondo loro, non posso capire.)

Mi piace il loro entusiasmo e lo sforzo che mettono nel parlare le lingue straniere. Mi piace vederli gesticolare mentre si arrampicano sugli specchi con l’inglese o con il lettone o con il russo.

Mi piace vederli delusi davanti a un caffè.

Mi piace parlare per ore con loro di cibo: dal vivo, in chat, su whatsapp. Dappertutto. Mi piace parlare di cibo prima di mangiare, mentre mangiamo e dopo aver mangiato.

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Mi piace raccontare loro di questi Paesi, di queste tradizioni, di questa realtà in cui saranno immersi per qualche mese: appena in tempo per abituarcisi ma non abbastanza da riuscire a comprenderla fino in fondo.

 

Il mio cervello, i miei occhi, le mie orecchie, deformate da un’approccio quotidiano con almeno 4 lingue diverse, non possono non notare queste sfumature dialettiche che accompagnano le nostre chiacchierate. Le differenze, ancora una volta, sono belle.

 

Ognuno parte con l’idea di andare all’estero e crearsi un giro di amici internazionali. Poi però, le circostanze ci mettono davanti ad altre persone e, una volta che si è all’estero, già ci si sente abbastanza soli che non vale la pena sprecare tempo a pensare “no, ma io con gli Italiani non esco perché voglio imparare l’inglese ed avvicinarmi a nuove culture”.

 

All’estero, o meglio, in un limbo internazionale, portoghese, inglese, italiano, russo, sudafricano o canadese non fa differenza. All’estero la tua nazionalità non è altro che una caratteristica che ti porti dietro, tanto quanto essere alto o basso, biondo o moro, col naso alla francese o a patata.

Ergo, farsi un amico irlandese o farsi un (altro) amico italiano, non fa alcuna differenza. L’importante è farsi un amico, un amico vero. L’importante è piacersi a pelle e divertirsi assieme.

 

In un limbo internazionale siamo tutti ridotti ai minimi termini e cerchiamo di ottenere il meglio dalle piccole gioie che la vita ci offre.

Io, per esempio, mi innamoro a cadenza bisettimanale.

 

E questa settimana sono innamorata di loro, del mio gruppo di italiani. Dolci, sbaciucchiosi, infreddoliti (da un maggio che promette neve), nostalgici (del cibo italiano), gesticolanti (che qui le mani guai a muoverle per comunicare) e sempre canticchianti e sorridenti.

 

Così sorridenti e canticchianti che ieri, dopo averli presentati al mio collega lettone, lui mi ha chiesto se non fossimo tutti ubriachi. E no, non lo eravamo. Stavamo solo facendo la cosa che ci riesce meglio, essere Italiani 🙂