14 – MISSIONE IMPOSSIBILE: COME SENTIRSI BELLE IN LETTONIA

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In questa parte d’Europa molte donne sono bellissimi ed affascinanti esseri dai fisici mozzafiato. Direi proprio che, by default, ci nascono proprio, così, stragnocche. Non è raro che una ragazza faccia la modella per pagarsi gli studi così come non è raro nemmeno il fatto che una rilevante percentuale del turismo sia a scopo sessuale (ma questo è un altro discorso…).

 

Ogni giorno, decine di migliaia di esemplari femminili e lettoni, si aggirano per la città con una pettinatura perfetta, un trucco impeccabile, ed una leggiadria modestamente sfoggiata su un tacco (minimo) 12, indipendentemente dalla circostanza atmosferica. Queste donne, praticamente, non camminano sul marciapiede per recarsi in ufficio. No, calcano una passerella.

Se degli uomini italiani venissero inconsapevolmente teletrasportati in questa realtà, subito scatterebbe la modalità Fantozzi con SuperPornoShow: salivazione a zero, sguardo perso nel vuoto, scansione a raggi X, battito cardiaco a 250.

Ogni giorno, mentre passeggio per le strade di Riga, mi rendo conto di quanto io sia bassa, di quanto generosi siano i miei fianchi, di quanto abbondante sia il mio lato B e di quanta voracità io ci metta a consumare ogni singolo pasto (e guai a saltarne uno o a non finire quello che c’è nel piatto). Occasionalmente, una donna sud europea può sentirsi molto più simile ad un carlino obeso che ad una qualsiasi altra donna dai geni nord o est europei.

Il momento deprimente-da-carlino-obeso mi passa quando penso “e vabbé, ma è normale! Io sono ITALIANA! Lo stile ce l’ho nel sangue e per quanto sciatta io possa essere, sarò sempre vestita meglio di loro! E poi, si sa, sono mediterranea, un po’ di burrosità nelle mie forme CI DEVE essere! Altrimenti, che Italiana sarei?” E, modestamente, ho sempre riscosso un certo successo grazie alla mia italianità (ahah).

 

Stamattina mi sono svegliata con zero voglia di fare e una lista di “to-do” abbastanza lunga. Dopo aver temporeggiato a letto per un tempo indefinito ed aver posticipato la mia corsa mattutina, decido di alzarmi, bere il mio caffellatte con biscotti, lavarmi i denti, indossare le prime cose che mi capitano a tiro ed uscire. NB: niente doccia, niente trucco, nemmeno la crema idratante. Niente di niente. Già è tanto che io non sia uscita in pigiama, così come mi sono Instagrammata.

Mi reco nel negozio in cui dovevo andare e dopo la classica frase “Labdien, non parlo lettone, come preferisce comunicare, in inglese o in russo?” il proprietario propende più per il russo ed inizio a spiegare il mio problema.

 

Perfetto, net problem. Lo faccio subito. Ma Lei di dov’è?”

Sono italiana.”

ahh, l’italia che bel posto! E che bene che parla il russo! Italiana di dove?”

Padova, non lontano da Venezia.”

Ah, ma sa che io ho un fornitore di una città vicino a Venezia, è di Perodarma” (?)

– Qui non avevo voglia di indagare ulteriormente, decido di usare la tecnica del “sorridi ed annuisci”-

E Lei cosa ci fa qui a Riga, è in vacanza?”

No, vivo e lavoro qui.”

“Capisco… E che lavoro fa, la MODELLA?”

 

SCUSA???!!!! Ma ti pare???!!! Io, LA MODELLA?! Modella de ché?? 

Al massimo potrei fare la modella per una ditta di deodoranti, e farmi fotografare l’ascella.

 

Lusingata da cotanto complimento in una terra in cui la ragazza della porta accanto c’ha uno stacco di coscia più lungo di Naomi Campbell, in un momento in cui il mio aspetto rasentava la barbonaggine, mi sento bellissima, altissima, vichinghissima, stragnocchissima, una super topa e chi più ne ha più ne metta.

 

 

POSTILLA NON IMPORTANTE: Il negozio in questione era un negozio di ottica. Il proprietario che mi ha dato della modella è un signore sulla sessantina palesemente strabico e con due fondi di bottiglia per occhiali. Questo l’ho realizzato solo successivamente ma intanto, oggi, per trenta secondi, mi sono sentita più Bianca Balti che Platinette. Mi sembra un traguardo degno di nota.

 

13 – ESPATRIARE. paura?

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Ispirata da un paio di post letti su Facebook pochi giorni fa, riassumendo numerose chiacchierate con amici expats, aggiungendo l’esperienza di quasi due anni di vita vissuti all’estero (non continuativi ma, insomma, non è che sia proprio una novellina) e sentendomi “scalfita” da una delle “blog star” italiane del momento, mi accingo a ordinare i miei pensieri sull’espatrio.

  

  • La prima possibilità di vita all’estero l’ho avuta nel 2009: ho trascorso l’estate a Madrid, facendo uno stage. Possibilità concessa dalla scuola superiore solo agli studenti più meritevoli. La metà dei posti rimase vacante: chi aveva una media tale da potersi permettere l’esperienza all’estero, decise di rifiutare la borsa di studio. L’opportunità era off limit per chi non aveva una media abbastanza alta o, logicamente, dei debiti da recuperare.

 

  • Scelta della meta Erasmus, primavera 2012. L’Università di Padova offre un’ampia scelta di mete. Punta il dito su una qualsiasi destinazione europea e, con tutta probabilità, UniPd ha già un accordo bilaterale con almeno un’università del tale posto. Tre sono i bandi indetti ogni anno, la possibilità di andare all’estero C’E’ e C’E’ per TUTTI: che tu sia il diciannovenne al primo anno o che tu sia il fuoricorso ventottenne, se hai i crediti sufficienti (non ricordo quanti, ma non molti) puoi far domanda per l’Erasmus. Inutile dire che moltissime mete rimangono lì, vuote, sole e speranzose di essere scelte da qualcuno.

     

  • Nel mondo lavorativo e con l’aiuto di internet si possono incontrare numerosissime opportunità per espatriare: volontariato, stage, internship, se si è fortunati e se si sa dove cercare, lavori veri e propri. Su internet si trovano tutte le informazioni per espatriare in Paesi come l’Australia o la Nuova Zelanda, e il processo burocratico è relativamente e sorprendentemente facile. Andarsene in UK, anche solo per un paio di mesi, a lavorare è la possibilità più semplice e sicura che mi viene in mente.

 

 

La cosa che a me più fa innervosire sono i miei più o meno coetanei che non riescono ad aprire i loro occhi e vedere tutte queste opportunità che l’Europa in senso stretto e il mondo, più in generale, offrono. Se alle superiori te lo dicono i prof che all’estero ci puoi andare, spesato dalla scuola, ma che devi farti il culo ed avere una media alta, fatti il culo e provaci ad averla, una media alta.

 

Se all’università ci possono andare tutti all’estero, cerca di capire cosa devi fare per riempire tutte quelle scartoffie burocratiche e…insomma, SVEGLIATI FUORI! E non fare quello che “no, ma se io vado in Erasmus, voglio andare o a London o a Berlin! Altrimenti niente.” (nulla contro queste due bellissime città né contro le persone che, in effetti, partono per queste mete, ma quando qualcuno mi dice così io penso direttamente che una persona del genere non ha capito nulla né dello spirito Erasmus e né di quello che il mondo Erasmus offre).

 

Se ti sei laureato e ancora non hai colto nessuna delle possibilità che ti sono state date, hai ancora tempo per fare il tuo primo esperimento fuori i confini che poi, male che vada, ritorni a casuccia e non ci provi più a mettere il naso fuori dall’Italia – che è comunque una scelta rispettabilissima.

 

Personalmente, sono dell’idea che le esperienze all’estero vadano fatte, un passo alla volta.

E se ci piace quello che proviamo, continuiamo a camminare. Più lontano, per più a lungo… Magari iniziamo perfino a correre e a spostarci da un parallelo all’altro, nel giro di pochi mesi.

 

La cosa di cui non riesco a capacitarmi è che, spesso, le persone con cui ho a che fare si nascondono dietro a un:

eh, ma tu te lo puoi permettere” E chi sono io? La moglie del principe d’Inghilterra? Faccio parte della classe media, come quasi tutti gli italiani.

 

eh ma tu le parli, le lingue straniere” Eh, ma magari, dico, le ho pure studiate? Mi risulta che l’inglese (almeno) sia obbligatorio in tutti i gradi scolastici. E poi quando sei all’estero, lo parli, volente o nolente. E se non lo sai, lo impari, o impari a farti capire. Fa parte dell’esperienza.

 

eh ma no, senza essere sicuro al 100% di trovarlo un lavoro SICURO all’estero, io non parto” Eh, perché in Italia stai sicuro al 100% perché sei a casa con i tuoi, giusto? E te ne frega poco o niente, se un lavoro lo trovi o no, giusto? La parola lavoro è intercambiabile con la parola AMICI o FIDANZATO/A.

 

Ora, io sinceramente penso che una buona percentuale delle persone che mi dice così è perché effettivamente NON SE LA SENTE di lasciare l’Italia, non è nei suoi piani, non è nei suoi sogni ed è assolutamente sicuro che, se andasse all’estero si sentirebbe triste e solo, passando il tempo a contare i giorni che mancano al suo ritorno – decisione rispettabilissima, ripeto.

 

Ma alle persone che sono veramente convinte delle motivazioni che accampano pur di non espatriare vorrei dire moltissime cose, ma mi limiterò ad una:

 

QUALSIASI PERSONA CHE PRENDA IL CORAGGIO A DUE MANI, CERCA L’OPPORTUNITA’ GIUSTA ED ESPATRIA, SI RENDERA’ CONTO CHE LA PROPRIA NAZIONALITA’ SARA’ UN ARRICCHIMENTO ED UNA FACILITAZIONE DI PER SE’. MAI UN PESO DA PORTARSI DIETRO, BENSI’ LA SICUREZZA DI AVERE UN’IDENTITA’ CHE LO CONTRADDISTINGUA, MAGGIORMENTE ED IN SENSO POSITIVO, DALLE ALTRE PERSONE.

 

Di questi tempi, in questo mondo in cui sempre più persone “fluttuano” da un Paese all’altro con sempre più facilità, non c’è nulla da temere. E lasciare le sicurezze che si hanno, mettersi in discussione, sfidare le proprie capacità… Aiuta. Male che vada, i nostri genitori saranno sempre a casa ad aspettarci… Nel frattempo noi avremmo acquisito esperienza, il nostro inglese avrà guadagnato l’ambita fluency e, se ci va proprio di lusso, avremo anche imparato un’altra (o due, o tre, o quattro) lingue straniere.

Non si tratta di andare all’estero per cazzeggiare… si tratta proprio di migliorare se stessi.

 

Un Paese, uno qualsiasi, rimboccarsi le maniche e cominciare a vedere la vita da un altro punto di vista.