08 – Maggio 2013

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Quest’avventura è agli sgoccioli.

Un anno fa ero decisa a partire ma timorosa di quello che avrei incontrato e di cosa avrei provato. Ma non vedevo l’ora di partire. Mi sentivo che sarebbe stato un anno fantastico. Se chiudo gli occhi mi vengo in mente mentre pedalo verso il dipartimento di slavistica con le mie ballerine bianche e il sudore che quasi quasi mi cola. Niente trucco sulla faccia, perchè altrimenti non ci si abbronza col primo sole.

Caldo e umidità. Pioppi che cadono e mi fanno starnutire.

La mia borsa pesantissima e la voglia di smettere di fumare, come ogni anno appena arriva un po’ di caldo. Il vedersi con le amiche dell’uni, quattro chiacchiere e un caffè, lo scappar via perchè io ero sempre quella che doveva scappar via. Quasi mai il tempo per uno spritz. Persona incapace di coltivare amicizie.

La paura di un’altra crisi epilettica e la paura stessa di aver paura che avrebbe potuto causamela.

 

Il non vedere l’ora di partire. Sapevo che la mia vita sarebbe cambiata, iniziando a realizzare uno dei sogni viscerali che da tanti anni mi accompagnano. La vittoria è stata nel riuscire a non idealizzarlo troppo: dal 25 agosto in poi ho vissuto giorno per giorno. Non ho mai avuto paura di convivere con estranei, mi sono affidata alla fortuna e alla mia capacità di organizzazione nel caso qualcosa fosse andato male. Ogni giorno facevo qualcosa che mi facesse star bene. Ho scoperto che sorridere è una delle cose che mi riesce meglio e ancor meglio mi riesce se sorrido facendo sorridere qualcun altro. E che la cosa che mi rende più felice in assoluto è quando qualcuno mi fa ridere dallo stomaco, spontaneamente, visceralmente, istintintivamente, quando qualcuno riesce a non farmi pensare. Ho scoperto di essere una persona dolce, quando ho sempre pensato di essere una fredda calcolatrice. Ho scoperto che cambio ogni giorno, pur rimanendo me stessa. Magari devo solo cercare di capire il mio algoritmo.

Ho capito che penso troppo e che ho bisogno di scrivere. Ho scoperto che putroppo mi dimentico troppo in fretta delle cose belle… E idealizzo qualcosa che non c’è. Scrivere all’inizio mi aiutava a tenere in mente tutte le cose belle che riuscivo a fare, poi ho smesso perchè avevo iniziato a pregettare di riuscire a farcela ad aspettarlo per 2 mesi. Idealizzando, pensavo troppo e stavo male, negatività che mi invadeva. Ho scoperto di avere l’epilessia. La mia grande paura è diventata realtà, sto lavorando sull’accettarlo a modo mio. Sto lavorando sull’accettare che fa parte di me e che non posso far finta che non esista e non mi piace essere compatita perchè mi compatisco abbastanza da sola. Ho passato due mesi infernali, febbraio e marzo, tra medicine ed effetti collaterali. Più che trattamento io lo chiamerei avvelenamento. Pensieri che si accumulavano, nonostante il cervello fosse sotto psicofarmaci. Perchè a me? Perchè durante questo unico ed irripetibile momento della mia vita?

Ho deciso di concentrarmi sui corsi. Bellissimi, interessantissimi e soprattutto, il sentirsi vivi e attivi all’interno di una classe, non amorfi e passivi. L’aprire di nuovo la mente di fronte a cose culturalmente ritenute rilevanti. Sentirsi curiosi. L’aver diminuito drasticamente la mia vita sociale, perchè dopo le 10 di sera ( ora in cui devo prendere il mio veleno) ero morta. Erasmus da un altro punto di vista. Cercare di aprirmi nuove strade. La consapevolezza di aver passato dalla fase – evviva che bello è tutto una novità – a – io vivo qui e per me è tutto normale. Anche gente ubriaca che si spinge in un carrello lungo il corridoio per tutta la notte. Il cercare di non perdere la positività, ma la consapevolezza che la positività non si crea né si distrugge, ma appare e scompare. E di solito appare dopo qualche birra in questa fase di tristezza.

 

Non so come chiudere, sento di aver detto tutto e ho bisogno di una sigaretta.

Devo ricominciare a scrivere, mi fa sentire meglio. Ora vado che la Almu mi chiama, lei è come la birra, mi dà una carica incredibile di positività. 

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